Studio Lùmina · Journal · 77 Espressioni
Quante delle tue frasi non sono davvero tue?
77 giorni per guardare da vicino le parole che abbiamo imparato a considerare normali. E riconoscere il momento in cui la premura diventa controllo.
«Dove sei?» può essere una domanda affettuosa. Può anche diventare una richiesta alla quale non ti è concesso non rispondere.
Le parole sono le stesse. Cambia ciò che succede se lasci il telefono nella borsa. Se rispondi più tardi. Se dici che hai bisogno di uno spazio tuo.
È in questa distanza — tra una domanda e un obbligo, tra l’interesse e il diritto di controllare — che nasce 77 Espressioni, il progetto quotidiano di Studio Lùmina dedicato al linguaggio che normalizza il controllo nelle relazioni.
Dal 10 settembre al 25 novembre 2026, ogni giorno prendo una frase, la osservo, la scompongo e la riscrivo. Una tavola alla volta, provo a rendere visibile quello che l’abitudine ci ha insegnato a non vedere.
Il punto è capire quanta libertà resta a chi quella frase la riceve.
Un numero ereditato.
Un significato da riscrivere.
Nella smorfia napoletana, il 77 è il numero delle gambe delle donne. Un’immagine del corpo femminile fissata in una cifra e tramandata nel linguaggio del gioco.
Ho scelto lo stesso numero per compiere un movimento diverso: spostare l’attenzione dal corpo osservato allo sguardo di chi osserva. Le mie 77 sono espressioni da interrogare, giorni di attenzione, occasioni per interrompere un automatismo.
Il percorso dura 77 giorni, dal 10 settembre al 25 novembre, contando entrambe le date. La conclusione coincide con la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Volevo arrivare a quella data attraverso un lavoro quotidiano. Fermarmi su una frase, cercarne il significato implicito, trovare una forma capace di renderlo evidente e ricominciare il giorno dopo.
Anche un numero può contenere un’eredità. Il primo gesto del progetto è stato scegliere che cosa farne.
Le frasi che usiamo prima ancora di sceglierle.
Molte delle parole con cui raccontiamo le relazioni le abbiamo imparate prima di poterle discutere. Le abbiamo sentite in famiglia, nelle canzoni, nei film, nelle conversazioni. A forza di incontrarle, hanno assunto il tono rassicurante delle cose ovvie.
«È geloso perché ci tiene.» «Se non hai niente da nascondere, fammi vedere.» «Da quando frequenti loro, sei cambiata.»
Quando il controllo viene raccontato come interesse, diventa più difficile nominarlo. Quando la rinuncia a uno spazio personale viene presentata come prova d’amore, difendere quello spazio può far sentire in colpa.
Una frase isolata non racconta un’intera relazione. Contano il contesto, la ripetizione, la possibilità di dissentire e le conseguenze di un rifiuto. «Dove sei?» assume un altro peso quando richiede una risposta immediata, una fotografia come prova, una posizione sempre condivisa.
Che cosa succede, in quella relazione, quando l’altra persona dice «no»?
È una delle domande che guidano questo lavoro. Mi interessa osservare il punto in cui una richiesta smette di lasciare una scelta.
Scomporre una frase.
Restituire un confine.
Chiamo questo lavoro decontaminazione: portare in superficie ciò che un’espressione lascia implicito e provare a dirlo in modo più chiaro.
Per ogni tavola parto dalla frase, osservo quale comportamento giustifica, quale aspettativa introduce, a chi attribuisce un diritto e a chi chiede di rinunciare a qualcosa. Alla fine cerco una riscrittura essenziale: poche parole che restituiscano un confine.
«Sono geloso perché ti amo.»
Quando viene usata per giustificare divieti e sorveglianza, questa frase trasforma la gelosia in una misura dell’amore. La riscrittura separa il sentimento dal diritto di controllare.
La gelosia non misura l’amore.
«Dove sei?»
La richiesta continua di sapere, verificare e ricevere prove può restringere lo spazio dell’altra persona. La differenza emerge quando essere reperibili diventa un obbligo.
Se deve saperlo sempre, non è premura.
«Sei mia.»
Interrogo l’idea di appartenenza quando diventa una pretesa: decidere chi l’altra persona può frequentare, come può vestirsi, quanto spazio può avere fuori dalla coppia.
L’amore non è possesso.
«Dammi la password.»
Presentare l’accesso al telefono come una prova di fiducia può trasformare la privacy in un sospetto. Condividere qualcosa ha senso quando resta una scelta libera.
L’intimità non cancella i confini.
Queste riscritture sono punti di osservazione. Servono a fermare, anche solo per un istante, l’associazione automatica tra ciò che sentiamo spesso e ciò che consideriamo accettabile.
Una tavola al giorno.
Uno spazio che si restringe.
Le 77 espressioni seguono una struttura editoriale precisa. Si parte dal controllo digitale: la posizione, le risposte ai messaggi, il telefono, le password. Si passa alla quotidianità, al possesso e all’isolamento dalle amicizie e dalla famiglia.
Il percorso affronta poi il controllo sul corpo, sull’autonomia e sulle risorse economiche; la svalutazione, la manipolazione della realtà, la colpevolizzazione, il ricatto emotivo e la minaccia. Osserva anche l’alternanza tra violenza e scuse, e le parole di chi guarda da fuori e minimizza.
Questa sequenza è la struttura del progetto, non una traiettoria obbligata per tutte le relazioni. I comportamenti possono sovrapporsi, presentarsi in ordini diversi, assumere forme differenti. La scelta di metterli in relazione serve a far emergere un filo comune: la progressiva riduzione della libertà.
«Le tue amiche ti mettono contro di me.» «Con tua madre dovresti sentirti meno.» «I problemi nostri non li racconti a nessuno.» Accostate, queste frasi mostrano come una rete di relazioni possa essere descritta come una minaccia, e il silenzio come una forma di lealtà.
Il 24 novembre il progetto arriverà a una domanda rivolta troppo spesso a chi subisce
Il 25 novembre, le tavole convergeranno in un’unica immagine e nella frase che orienta tutto il percorso
e che rivelerò solo alla fine.
Un invito a riconoscere e prendere sul serio i comportamenti di controllo prima della loro forma più estrema, poichhè ogni limitazione della libertà merita attenzione, anche quando non lascia un segno visibile.
Un punto rosso.
Il mondo intorno che cambia.
In ogni tavola c’è un punto rosso: rappresenta la persona al centro del racconto. Intorno, le forme nere cambiano comportamento. Diventano griglie, barriere, traiettorie interrotte, connessioni tagliate.
Nella tavola «Sono geloso perché ti amo», il punto è attraversato da una gabbia. In «Dove sei?», le linee si piegano attorno alla sua posizione. Nelle tavole dedicate all’isolamento, la relazione con gli altri viene separata, ostacolata, recisa.
La tipografia partecipa a questa pressione: occupa spazio, si addensa, costruisce ostacoli. La frase e l’immagine lavorano insieme, così che il comportamento possa essere percepito prima ancora di essere spiegato.
Ho scelto una grammatica ridotta — bianco, nero, rosso, parole e forme — per dare continuità al percorso e lasciare al centro la relazione tra la persona e ciò che ne limita il movimento.
Progettare significa anche scegliere che cosa rendere normale.
Nel mio lavoro mi occupo di identità e percezione. Scelgo parole, immagini e sistemi visivi che aiutano un progetto a essere riconosciuto e compreso. Ogni scelta suggerisce un modo di leggere ciò che abbiamo davanti.
77 Espressioni nasce dalla stessa attenzione: ascoltare un messaggio, cercarne i presupposti, capire quale idea sostiene. Qui la applico a un tema che riguarda la libertà delle persone.
Per me esiste una responsabilità nel dare forma ai messaggi.
Prima di chiedermi come rendere visibile un messaggio, voglio capire che cosa sta facendo percepire.
Ecco la domanda che porto anche nei progetti di Studio Lùmina. Un’identità prende consistenza quando ciò che mostra, ciò che dice e ciò che fa possono essere messi in relazione. Il lavoro comincia da questo ascolto, prima della palette e del layout.
E tu, quali parole hai davvero scelto?
Quante delle frasi che usi nelle relazioni, nel lavoro, nella comunicazione le hai scelte? E quante le hai soltanto sentite così tante volte da farle diventare tue?
77 Espressioni continua ogni giorno su Instagram e Facebook fino al 25 novembre. Puoi entrare nel percorso da una qualsiasi delle tavole: basta una frase su cui fermarsi e la disponibilità a guardarla di nuovo.
Il progetto, in breve.
Che cos’è 77 Espressioni?
Un progetto di Studio Lùmina che, attraverso 77 tavole, decostruisce espressioni capaci di normalizzare il controllo nelle relazioni e propone una riscrittura. Ogni tavola unisce analisi del linguaggio, tipografia e forme visive.
Perché proprio 77 giorni?
Dal 10 settembre al 25 novembre 2026 ci sono 77 giorni, includendo la data di inizio e quella conclusiva. Il progetto termina nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Una di queste frasi indica sempre una relazione violenta?
Una frase da sola non basta a descrivere una relazione. Il progetto invita a osservarne il contesto, la ripetizione e l’uso: soprattutto, se lascia all’altra persona la libertà di scegliere, dissentire e mantenere i propri confini.